Nelle case degli altri

“Ma le case degli altri, viste da fuori, sembrano sempre più interessanti della mia” ripetevo mentre giravo in bicicletta le vie che si intersecavano con quella centrale, storica dell’’Università. Quando dalle finestre, nel silenzio più totale, capitava di intravedere una donna asciugare i piatti frenavo violentemente e poco importava che ci fosse qualcun altro in bicicletta poco dietro di me. Lo straccio con cui i piatti venivano asciugati dalle mani delicate e appena consumate dal sapone verde, perfettamente inserito in un contesto di elettrodomestici bianchi e solitudine da ansiolitici era ai miei occhi un lusso che non avrei mai vissuto. Da noi asciugavamo sì i piatti a mano, ma il ritmo era frenetico, una valvola rapidissima nell’ingranaggio milanese. Invece più andavi in centro e più ti capitava di vedere gli altri oziare: eppure Piazza Affari non era così lontana, o anche lo stesso Duomo e Via Larga; e l’Università degli Studi di Milano ha un retro che si affaccia sul Policlinico in Via Francesco Sforza, una sede operosa, poco importa della bellezza del Giardino della Guastalla. Le case dei ricchi sono sempre state attraversate da così tanta lentezza.

Avevo nostalgia di casa solo quando partivo per le vacanze estive. Mi capitava di dormire in letti non miei, non consumati dalla mia frenetica attività masturbatoria. Inoltre, quando soggiornavo in case non mie, smettevo di bere acqua con la stessa costanza con cui lo facevo abitualmente. Un bicchiere alla mattina, un altro a cena. Niente di più. Se pranzavo al mare, non mi veniva nemmeno in mente di bere. Forse era semplicemente una poca confidenza con i bicchieri degli altri, che emanano un odore strano, a metà tra il cloro e lo sporco, difficile da amare ma non così tanto da farlo diventare un feticismo. Nelle case degli altri non riuscivo nemmeno a cacare con naturalezza. Immagino non sia solo un problema mio, ma di migliaia di altre persone, se non milioni, tutti cacatori abituali a casa loro e pudici di fronte a un cesso fuori porta. Questo meccanismo psicologico mi portava a irrigidire il culo. Così, cacavo e mi autogiudicavo. Mi chiedevo continuamente “Starò facendo bene?”. Lo stronzo poi puzza il doppio nelle case degli altri. E fa Ploff in modo ancora più amplificato.

Mi rendeva felice quel rumore di piatti che vengono raccolti da un membro della famiglia per essere spostati dal tavolo al lavandino, dopo aver consumato un pasto. Mi entusiasmava quando ero a casa mia e si è creata una situazione di silenzio ideale. Ma mi eccitava completamente quando costeggiavo un appartamento al piano terra.  Oggi pagherei per provare quella sensazione. Non sento piatti da anni. Mi rassicuravano: dietro un piatto che suona era come se si nascondesse una ricetta ben portata a termine. Era il suono degli applausi sinceri dopo uno spettacolo. Non gli applausi di rito, quelli spontanei.

Poi, quando l’estate presentava quel chiarore da spalancare le finestre degli appartamenti sulla strada, adoravo riconoscere le sigle dei programmi televisivi. Le famiglie a pranzo potevano guardare Il pranzo è servito, la cui sigla è un’inconfondibile fischietto, oppure i vari telegiornali, le sigle me le ricordo ancora bene come se le avessi scritte io, le ascoltavi una volta e ti si fissavano in testa per sempre. E chissà, mi chiedevo, se le persone che guardano questi programmi televisivi, questi telegiornali o questi telefilm, hanno la stessa percezione che ho io di fronte a questa musica coinvolgente. A loro interessava poi così tanto tutto questo?

Prendevo il tram con mia madre alla stessa ora, tutte le mattine. Si affacciava sempre un uomo sulla trentina, completamente nudo. Le prime volte furono uno shock, poi iniziammo a farci l’abitudine. Mia madre, una volta giunti in prossimità dell’appartamento, mi dava una gomitata in segno di intesa ed entrambi ci affacciavamo a mirare quest’uomo nudo, sia di inverno che d’estate, sia con la pioggia che con il sole. Era un nostro rituale goliardico, durato solo un annetto, mia madre si era poi inventata –gliel’ho chiesto qualche mese fa – che lo avevano messo in prigione per atti osceni, ma forse era il suo modo per difendersi: non poteva certo essere complice di una visione del genere, cosa avrebbero detto gli psicologi di un tipo come me? Imbarazzante.

Ma le case degli altri, viste da fuori, sembravano davvero più interessanti. La disposizione dei mobili era innanzitutto molto più creativa e lasciava spazio a possibili dibattiti sulla legittimità o meno delle scelte degli arredatori. L’arredatore inoltre mi sembrava una professione: o meglio, pensavo che ogni famiglia si rivolgesse a un arredatore per farsi arredare bene la casa nel modo più corretto possibile. Invece era lo stesso proprietario o affittuario a deciderne il gusto e la direzione. Mi capitava di vedere da lontano giganti librerie ospitare un corpus innumerevole di testi conservati perfettamente. Cataloghi di mostre, libri di fotografie, di cinema, di moda o design. Ogni cosa era perfettamente incastrata e quasi invidiavo questo gusto dei dettagli delle case degli altri. Non percepivo quel senso di vissuto, mi sembravano così e basta. Invece, il senso di vissuto era fondamentale perché ti permette di ottenere tutto un ragionamento che legittima in pieno la scelta dell’arredamento. Pensavo piuttosto che la gente dal nulla si inventasse di mettere il frigorifero lì, il divano lì, il termosifone lì e in qualche modo era il posto giusto, ci azzeccava sempre. Non avevo mai visto una casa non giusta.

Togliere tutto era l’imperativo cui i genitori non badavano durante le feste dei bambini. Dovevano giocare a quel gioco in cui ci sono 8 bambini e 7 sedie, e tutti correvano, e allo stop della musica dovevano cercare un posto in cui sedersi, tutti tranne uno, che perdeva ed usciva dal gioco. Noi bambini correvamo come dei disperati, e disperati erano i genitori, che osservavano questa bagarre con apprensione e ansia, la vena del collo o della fronte visibilmente in tensione, “adesso mi spaccano qualcosa, quanto è vero Iddio non insisto più con loro, ‘sto gioco qui non si può fare”. Se avessimo tirato un calcio ad un tavolino di vetro sarebbe stata la fine dei loro giorni. La loro disperazione era poi accentuata dall’inquinamento acustico causato dalla musica scatenata scelta per il gioco. Una rottura di coglioni!

Le ville mi hanno sempre trasmesso sicurezza. Così, nel mio meditare sui massimi sistemi, mi sentirei protetto se davanti a me si aprisse un giardino. Troverei ispirazione in una fontana gocciolante, nei cani che si rincorrono per la noia e per le allucinazioni della fame. Rispetterei tutti i rituali della giornata, dal caffè delle 8 al tè delle 10. Conterei le automobili che passano, gli anziani randagi con le buste della spesa, i ciclisti. Il pomeriggio in ritirata: a letto, il riposino dopo aver salutato i miei amici: Mastro don Gesualdo e Isabella Trao; Molly Bloom; Pin e Kim, tutti loro sdraiati sul materasso della mia vacanza, io ospite di loro più che del proprietario di casa. Mi accarezzano i capelli, mi coccolano, mi allattano. La sera si sprecherebbe consumando aperitivi, intristendomi ancora una volta sul tempo che passa. Magari mi sbronzerei anche, sprofondando sul divano e muovendo gli occhi come un forsennato.

Nell’estate più calda: spaghetto con le vongole fresche. Era la casa che più mi piaceva, quella popolare. Popolata da disgrazia, morte, furti e analfabetismo. La casa popolare presentava la dignità dei poliziotti dei film 70 e 80, stracolmi di sigarette in bocca. Ma al tempo stesso un lento declino si impossessava di questi luoghi immobili, dove nulla pareva mai accadere, se non la vita nascosta. Non avevo mai pensato a cosa potesse essere un rapporto sessuale dentro una casa popolare. I vecchi lo facevano solo per procreare. Gli adulti non lo facevano. I giovani si coprivano con le lenzuola. La carta da parati di questi appartamenti poteva giudicare e quindi questi giovani non avrebbero potuto concludere il loro rituale. Mollavo la bicicletta accanto a un palo e scavalcavo il cancello delle case popolari: qui si fa così, non c’è da scandalizzarsi, si sarebbe perso anche troppo tempo a citofonare. Mi addentravo nel cortile del complesso di palazzoni alti 9 piani. Ogni tanto mi abbaiava un chihuahua o un bulldog. Scalini messi a caso decoravano il mio lento andare verso questi luoghi, che mi riportavano senza volerlo all’infanzia. I nonni cucinavano il brodo col dado e io mi impregnavo di questo odore, che entrato a far parte del mio alito salato emanavo contro la finestra del salotto. Se guardavo la pioggia il tepore mi faceva lentamente cadere nel sonno. Se invece c’era il sole si perdeva nell’aria estiva, giungeva a Carlo che palleggiava con Antonio un gigantesco SuperTele giallo, che spesso finiva in altre finestre di altri nonni, i quali bestemmiavano in seguito allo spavento dato dal rumore della palla. Con Carlo facevamo anche un gioco erotico che ricordo come fosse ieri: ci scambiavamo le figurine. Provavo un’erezione nella mano che applicava la figurina dei Pokemon sull’album, così un giorno gliel’ho dovuto dire chiaro e tondo: “C’è qualcosa di me che non capisco. Forse dovremmo stare un po’ più lontani. Forse qua finisce che mi piaci”. Ma non ero io a parlare, era questa situazione strana delle case popolari, che ti dona attimi di poesia e innamoramento in momenti della giornata impensabili. Carlo non aveva capito che non ero stato io, ma l’ambiente a parlare per me. E io non dovevo giustificarmi di niente con Carlo, ognuno a mio parere la pensava e la pensa ancora come gli va.

Carlo il giorno dopo mi rispondeva dal cortile: “Lo so che non abiti qui. Tuo nonno abita qui, non tu”. Era vero, ma non volevo dargliela vinta. E per far vedere a Carlo che abitavo davvero lì, avevo convinto mia madre a farmi una valigia, a metterci dentro i miei vestiti e a vivere coi miei nonni per un po’. “Visto che abito qui?” gli dicevo a ormai fine estate, ma ormai non gli interessava neanche più di contraddirmi. Solo adesso realizzo del gioco che facevano certi adulti disoccupati quando noi eravamo piccoli. Uno faceva il palo davanti al box, fumando nervosamente, l’altro dentro il box a sniffare così rumorosamente che il palo non serviva quasi più. Poi si davano il cambio. Noi bambini ci nascondevamo, perché era un istinto naturale e anche un po’ perché nel non capire nulla della situazione, in qualche modo avevamo capito tutto. Dietro il cespuglio con me e Carlo c’erano il Barese, un ragazzo più grande di noi che ci costringeva a bestemmiare; Ciccio, che faceva la pipì a fontanella e Sabrina, una ragazza araba con le braccia pelose e l’alito pesante. Come gatti sotto le automobili, ci nascondevamo dall’essere umano adulto, facevamo “Miao” per darci un po’ di adrenalina e commentavamo senza mai entrare nel merito della cocaina, più che altro ci dicevamo “ora si danno il cambio, non facciamo rumore”. Poi, “Via libera” e tutti ci sgranchivamo, carichi di eccitazione. Diventato adulto e tornato sul luogo del fattaccio, mi sembrava più scarno il cespuglio e abbandonato a se stesso il box. La pavimentazione dei portici che sorreggono gli appartamenti mi sembra ristrutturata, c’è qualcosa che non va perché: decoro e abbandono convivono e si vogliono bene, non era più una gara a chi superava l’altro. Deluso, tornavo allora alla bicicletta per rimettermi alla ricerca disperata di case. Però una riflessione iniziava a insinuarsi nella mia testa: più guardavo nelle case degli altri, più non solo mi immaginavo dentro ma mi rendevo conto di esserci già stato. Avevo dentro di me, parafrasando Pessoa, tutte le case del mondo, e andando a vedere bene cosa ospitasse quella casa, c’era tutto ciò che già sapevo o tutt’al più immaginavo. Mi chiedevo allora quale fosse la mia, ideale. E non sapevo darmi una risposta. E allora vagavo, come vago anche oggi, alla ricerca di una risposta più per il quotidiano che per il fantasioso. A darmi una risposta alla normalità, e a dare per scontato tutto il resto.

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