Da quando sono chiuso in casa

Da quando sono chiuso in casa scrivo solo storie con gente chiusa in casa. E i film che voglio vedere sono tutti ambientati tra le mura domestiche. I pensieri che faccio hanno tutti un inizio e una fine, come limiti dettati da una planimetria invisibile. Sul sito di annunci di lavoro applico come filtro la parola “Smartworking”. Che poi sarebbero due parole: “smart” e “working” ma adesso inizio a concepirle unite, come se ad ognuna fosse proibita la facoltà di staccarsi dall’altra. Non vado a prendere il caffè da asporto al bar perché lo faccio meglio io qui, con la moka.

Sistemo sul tavolo le cose di cui ho bisogno durante la giornata: il computer, il telefono, i fogli, l’agenda, gli snacks, la frutta. Ad ogni cosa una destinazione diversa. Il computer al centro del tavolo, i fogli accanto a me, schiacciati dall’agenda. Alla sinistra gli snack e a centro-ovest la frutta. Potrei vivere di questo: posizionando le cose.

Dopo cinque giorni passati così, però, la frutta inizia a deteriorarsi, perché in fondo posso avere un quintale di frutta accanto a me, ma finisco sempre per mangiare una volta ogni due giorni quel solito sfigato mandarino, che magari in qualche spicchio nasconde pure un nocciolino e allora mi sento infastidito. Mi rendono insensibile anche i fogli bianchi, stropicciati perché tirati fuori con violenza dalla risma di carta: dapprima ritenevo fossero delle “possibilità”, tutte bianche e da dover sverginare. Dopo cinque giorni che mi fissano, si rivelano a me come muri invalicabili, ostacoli di una corsa ad ostacoli troppo alti da superare.

Esco, sfido il vento e vado a bere il caffè da asporto. Che fa schifo, perché il segreto sta nel suo rimanere dentro i confini della tazzina. Allora finalmente torno a casa. Riprendo i fogli, riprendo il computer. Mi invento storie che non avvengono tra le mura domestiche. Ci provo. I personaggi quasi non hanno una casa, cerco di farli stare all’aria aperta il più possibile. Lui e Lei che si incontrano al cinema…accidenti, un altro luogo al coperto… al ristorante! No, non possono stare seduti ai tavoli fuori perché fa troppo freddo… Al parco! Sì, il parco va benissimo.

Lei è bellissima: mora, capelli sciolti, labbra al colore dei fiori di ciliegio. Lui un tipo strano, anticonformista. Parlano di libri: il loro autore preferito è Cormac McCarthy. Tutto fila liscio. Lei torna a fumare dopo tanto tempo: lui le ha offerto una sigaretta. Stanno per arrivare al fatidico momento del bacio. Non ci sarebbe niente di più giusto, malgrado si siano appena conosciuti. Ma sul più bello, lei dice: “Ho un po’ di fame. Ti va di mangiare un mandarino?”, tirandone fuori uno dallo zaino. Mi sveglio da questo sogno. Chiudo tutto: il file word su cui stavo scrivendo, il computer, l’agenda. E faccio clic su “Non Salvare”.

Mi dispero: io ci provo a parlare dell’en plein air, ma quando sono chiuso in casa sono chiuso in casa. Non esiste altra realtà se non quella in cui io sono chiuso in casa. Riesco a scrivere solo di persone chiuse in casa. E alla fine c’è sempre un mandarino.

Alococco: un racconto estivo

Ogni giorno, sulle spiagge, avviene una particolare forma di baratto tra l’uomo e il mare. Le onde che giungono a riva ci lasciano conchiglie in cambio delle orme.”

Lucio Corsi

EPISODIO NUMERO UNO: Questa mattina al mercato ‘ieva un batterio.

Questa mattina al mercato ‘ieva un batterio che si chiama lombrocolo, na specia di verme che si intrufola dentro agli ananas. “Andiamobbena” ho pensato e mi sono messo a pulizziare tutte le felle di ananas che vendo sulla spiaggia. Ho trovato due lombrocoli giganti che si mangiavano due felle, dovevi vedere com’erano, quanto il mio naso. Però poi di altri lombrocoli non se ne ho trovati, e così sono poi tornato verso il centro, ho bevuto il caffè al bar di Caronte al porto e ho iniziato la mia camminata. A mare alle 9 non ci sta ancora nessuno, solo i granchi che si pizzicano da soli. E io che tiro la carrighiola da almeno 50 anni su questa sabbia che diventa ogni anno più sporca. A Ferragosto ‘ieva un sacco di gente: pure se gli dici di mettere la mascherina, quelli si affossano lo stesso sulla spiaggia, tutti vicini ma con la mascherina. A me la polizia arriva un giorno sì e l’altro pure a controllare se ciò la mascherina, e tutti i cristiani che ‘ievano sulla spiaggia a Ferragosto, chissà se loro hanno avuto il piacere di incontrare gli sbirri. Comunque è pure vero che da Ferragosto in poi qui la spiaggia inizia a svuotarse. E pure per me fra poco comincia na nuova primavera, la settantacinquesima primavera della mia vita. La primavera di settembre. Quella che se fa mettendo le moneta sul tavolo e contando quanto sono i soldi che ho fatto da maggio a aora. Quella che me fa dì angora quanto tempo debbo lavorare, cosa me devo inventare de più per non morire prima del tempo. Gira la carrighiola gira, e porta con sé tutta la frutta buona. Gira pure sto giorno novo, vedemo come va a finì.

EPISODIO NUMERO DUE: “Hanno pescata la Madonna!”

A mezzogiorno arriva na voce che trapana le vestibola: “Hanno pescata la Madonna!”. Mi giro e ‘ievano dei ragazzetti che tiravano la statua della Vergine Maria verso la spiaggia. I più locali di tutti gritavano: “Fatela respirà” e tutti ridevano, come se na statua potesse respirà davvero. I turista nun capivano gnente e tornavano alle loro cuffiette. Pure due vigilanti so’ arrivati per distanziarci, minacciando de mette le multe. E così ‘sta Madonna è rimasta sdraiata sulla sabbia, bella, bellissima e bianga, come quelle bianghe che se vedeano in Chiesa quando facevamo i chierichetti. Uno archeologo che bazzica il bagno Walter da almeno 40 anni è arrivato e ha detto subito: “Qua va chiamata la Soprintendenza!”. Tempo un’ora hanno portato via la Madonna, che io manco ho avuto il silenzio e la congentrazione di fare na preghiera. Me ne so ito a urlare che ‘ieva il cocco fresco, ma diventava sembre tutto più caldo attorno a me. E me so fermato su degli scalini, me so bevuto una aranciata e ho pensato che la Madonna può stare in tutti i posti del mondo, ma quando viene al mare è sembre na sorpresa. Ho ripreso a camminà, perché tanto nun pranzo mai quando lavoro.

EPISODIO NUMERO TRE: La Madonna e le noci di mare.

Però quando che fa più caldo di tutte le altre ore messe assieme, me ne so ito a riva a puccià li piedi. Ho pensato ancora tanto a quella povera Madonna, e quando me so girato steva ancora lì, straiata. Li figli de li barbari, quelli che vengono dal norte a fare la villeggiatura, stevano tutti ritti che volevano aprì la Madonna, e infatti ce stava na sorta di apertura sotto li piedi della Madonna, e la continuevano a forzà, finghé nun l’hanno scassinata davvero e se sentivano dei pirati che trovano il bottino nee barche. Ciò provato a urlare “Che state a fffààà?” ma nun ce volevano sentì. Come hanno aperto la Madonna, se so scansati perché na foga micidiale li ha travolti. Tutta un tratto, quel pezzettino de spiaggia è diventato pieno de noci di mare. So delle creature piccole e viscose che parono come meduse, ma nun sono proprio meduse, nun fanno male, ma l’archeologo del bagno Walter quasi esultava che la Madonna era piena de ste noci, perché almeno nun inquinavano troppo sto mare e nun magnavano il cibo dei pesci, che a quello servono ste noci. Però che forza sto tesoretto! Tutto un deposito de noci di mare dentro la Madonna, che quando le toccavi quasi sparivano dentro le mano. Però quando che fa più caldo di tutte le altre ore messe assieme, me ne so ito a riva a puccià li piedi. Ho pensato ancora tanto a quella povera Madonna, e quando me so girato steva ancora lì, straiata. Li figli de li barbari, quelli che vengono dal norte a fare la villeggiatura, stevano tutti ritti che volevano aprì la Madonna, e infatti ce stava na sorta di apertura sotto li piedi della Madonna, e la continuevano a forzà, finghé nun l’hanno scassinata davvero e se sentivano dei pirati che trovano il bottino nee barche. Ciò provato a urlare “Che state a fffààà?” ma nun ce volevano sentì. Come hanno aperto la Madonna, se so scansati perché na foga micidiale li ha travolti. Tutta un tratto, quel pezzettino de spiaggia è diventato pieno de noci di mare. So delle creature piccole e viscose che parono come meduse, ma nun sono proprio meduse, nun fanno male, ma l’archeologo del bagno Walter quasi esultava che la Madonna era piena de ste noci, perché almeno nun inquinavano troppo sto mare e nun magnavano il cibo dei pesci, che a quello servono ste noci. Però che forza sto tesoretto! Tutto un deposito de noci di mare dentro la Madonna, che quando le toccavi quasi sparivano dentro le mano. 

EPISODIO NUMERO QUATTRO: Che fretta ‘ieva.

Che fretta ‘ieva… maladetta primavera. Arrivo a na cala piccola, che è quella dove no stanno ji ombrelloni. Da sopra sento sta canzona… che fretta i’eva… alzo nu poco lo sguardo e vedo un comizio de questi politici nuovi tutti verdi davanti al mare. Tutti sanza la mascarina. E allora impreco. Me metto la mascarina io, perché penso Nun è che forse mo fermano me, e quelli che nun devono esse fermati la passano liscia? E questi continueno con Che fretta ‘ieva… maladetta primavera… prendo il largo e taglio dal mare e grido più forte de tutte ALOCOCCOOOOO perché magari tra questi sanza la mascarina me trovo pure qualche cliente. Dentro l’acqua na fila incredibile di noci de mare, tutta attorno alla mia iamba, un caldo a dirotto e questi che se continuano a cantà Che fretta ‘ieva… Tornerei piu tosto a casache mettermi a cantà Che fretta ‘ieva, comunque anche se urlo ALOCOCCOOO non arriva manco un regazzetto a prende un cocco, e allora supero la cala, e finisco da n’altra parte. So stanco, me dico, magara mollo tutto e torno a casa, tanto chi se ne accorge. Però lo sento il portafoglio che me pare me dica Nun te fermà, e allora gli do ragione e mica me fermo più.

EPISODIO NUMERO CINQUE: Lu mare è pieno di pesci.

Lu mare è pieno de pesci. ‘ievano tutti sti regazzetti che esultavano per i politici, quelli che apriveno la Madonna e je toglievano le noci de mare, quelli altri che giocavano a racchettona, quelli a acchiapparella, e manco ‘n pezzetto de sabbia libero, manco no strato de pulizia, manco na mascherina, manco na folata de aria. E lu mare continua a esse pieno de pesci, tutti vicino alla riva, che pare che se sono persi da quanto stanno vicini alla morte. Un caldo che manco nel dumilatre, nel dumilaquattro nel dumilacazzo! E sta vecchiaia che me tiro sempre appresso, come n carretto de ananasse e cocco, come sto grido che continuo e continuo e continuo finché m’accascio, sì mò m’accascio sulla sabbia e BUM, finito. Me sembra quasi de vedella, la morte.
Ma poi un regazzetto, uno dei quei che nun stava da nessuna parte, solo per li fatti sua, mi sveglia tirandomi du schiaffi. OOOH, urla, TIRATE SU VECCHIARELLO. Me alzo, e penso che: no, nun è ancora il momento de morì. Già che ce stai, per sdebitatte, dice, me dai na fetta de ananasse? Ce mancherebbe.



Il grillo del qui e ora

Un grillo si posò sulla zanzariera della cameretta. Erano circa le 7 di mattina e Giulia iniziava ad aprire gli occhi, svegliandosi dopo un lungo sonno. Da subito il suo sguardo andò verso il grillo e decise di avvicinarsi. Il grillo, che era appena arrivato e conosceva bene il comportamento degli uomini, non sempre accogliente nei confronti degli insetti, iniziò a spaventarsi e a preparare le ali per spiccare il volo.

-Non ti spaventare, piccolo grillo!- gli disse Giulia, allontanandosi dalla finestra, per far vedere che le sue intenzioni erano buone.

-Scusami, amica. È che… fidarsi è bene, non fidarsi è meglio.- rispose lui

-Come ti chiami, piccolo grillo?- gli chiese Giulia

-Io? Io sono il grillo del qui e ora.

-Che nome buffo “qui e ora”. Ma è il nome del posto da cui arrivi?

-Il nome del posto da cui arrivo e…verso cui vado.

-E fra quanto ci vai?

-Anche fra pochissimi secondi. Praticamente adesso. Lo sai, piccola amica, che l’istante che viviamo non è lo stesso che vivremo fra qualche secondo?

-Che vuol dire?

-Ecco spiegato: io vivo in questo momento preciso. E in questo momento preciso sono qui. Fra un momento non sarò lo stesso grillo di prima. Perché ogni momento che viviamo è unico nel suo genere. Qui e ora. E niente e nessuno può ripeterlo uguale.

La mamma di Giulia, entrò in casa tutta di corsa:

-Forza Giulia, dobbiamo uscire!

E Giulia salutò il grillo del qui e ora, promettendo di rivedersi una volta tornata da scuola.

Giulia pensò al suo grillo del qui e ora per tutto il giorno, mentre imparava le tabelline durante l’ora di matematica e mentre faceva il dettato durante l’ora di italiano. Ogni tanto si distraeva: chissà se il grillo del qui e ora è ancora lì, sulla mia zanzariera, pensava.

Non vide l’ora di tornare a casa. E arrivata in cameretta, scoprì con tanta felicità che il grillo era rimasto lì dove si era posato.

-Ciao Grillo! Sei rimasto qui tutto questo tempo!

-Ciao amica! sì, sono rimasto qui. Com’è andata a scuola?

-Bene. Abbiamo fatto matematica, scienze, storia e italiano. Ho imparato tante cose, sai?

-Sono contento!

E prima di lasciare la stanza per andare a fare merenda (il pane con la marmellata di albicocche preparata dalla mamma), Giulia disse al grillo:

-Però…tu sei uguale a com’eri stamattina. Quindi non è vero che sei il grillo del qui e ora!

-Certo che sono il grillo del qui e ora- rispose il grillo del qui e ora

-E che cosa è cambiato?

-Tante cose. Innanzitutto ho preso molto vento, adesso qui ce n’è più di stamattina. E poi ho visto tante foglie cadere dagli alberi.

-Però queste cose accadono tutti i giorni, perché dici che sei cambiato?

-Cara amica, queste cose non accadono tutti i giorni: ogni esperienza che vivi in un momento preciso ti arricchisce e ti rende diverso da prima. Oggi per esempio, tu hai imparato tante cose diverse. E sicuramente sai più cose di ieri. E meno di quante ne saprai domani. Tutte le cose che facciamo ci cambiano.

Giulia non capiva. Come possiamo cambiare se sembriamo sempre gli stessi?

Desolata, andò in cucina. Continuava a ripensare alle parole del grillo e non si dava pace. Persino il pane con la marmellata di albicocche non sembrava toglierle quel pensiero di testa. Pensava, pensava, pensava. Continuamente.

-Perché quello sguardo pensieroso?- le chiese la mamma.

-Mamma, il grillo del qui e ora mi ha detto una cosa che non ho capito perfettamente.

-E che cosa ti ha detto?- rispose la mamma, abbandonando i piatti che stava lavando e sedendosi accanto alla bambina.

Ma Giulia non riuscì a rispondere. Allora decise di tornare nella cameretta e richiedere al grillo tutto quanto. Per filo e per segno. L’avrebbe ascoltato e come accade in classe, avrebbe alzato la mano per fare domande e avrebbe preso tanti appunti da sistemare e rileggere ad ogni dubbio.

-Grillo!- urlò Giulia, una volta entrata in cameretta.

Ma il grillo del qui e ora non era più attaccato alla zanzariera. Spaesata, Giulia aprì la finestra, alzò la zanzariera, si affacciò per cercarlo in ogni anfratto della persiana, sul davanzale, addirittura alzò gli occhi al cielo azzurro e urlò: -Grillo! Dove sei? Grillooooo!

Ma non rispose nessuno. E allora pianse. Pianse perché si sentiva incompleta, il grillo del qui e ora se ne era andato via, proprio adesso che le serviva per risolvere quell’enigma. Ma una rivelazione le apparve mentre abbassava sconsolata la zanzariera. Ecco cosa voleva dire il grillo, pensò Giulia. Mi sono divertita con il grillo del qui e ora, e adesso che non c’è più mi sento come se non avessi vissuto in pieno quel momento. Tornò a guardare il cielo, cercandolo ma senza volerlo far tornare a tutti i costi.

-Buona giornata grillo, torna quando vuoi. Grazie per essere passato da me.

E mostrando il suo miglior sorriso, promise a se stessa di godersi ogni attimo della sua vita, da quelli più brutti e tristi a quelli meravigliosi e insostituibili. Perché, come dice il grillo, ogni momento che viviamo è unico nel suo genere, e nessun momento è uguale a un altro. La vita la viviamo qui e ora ed è un peccato non accorgercene.

Nelle case degli altri

“Ma le case degli altri, viste da fuori, sembrano sempre più interessanti della mia” ripetevo mentre giravo in bicicletta le vie che si intersecavano con quella centrale, storica dell’’Università. Quando dalle finestre, nel silenzio più totale, capitava di intravedere una donna asciugare i piatti frenavo violentemente e poco importava che ci fosse qualcun altro in bicicletta poco dietro di me. Lo straccio con cui i piatti venivano asciugati dalle mani delicate e appena consumate dal sapone verde, perfettamente inserito in un contesto di elettrodomestici bianchi e solitudine da ansiolitici era ai miei occhi un lusso che non avrei mai vissuto. Da noi asciugavamo sì i piatti a mano, ma il ritmo era frenetico, una valvola rapidissima nell’ingranaggio milanese. Invece più andavi in centro e più ti capitava di vedere gli altri oziare: eppure Piazza Affari non era così lontana, o anche lo stesso Duomo e Via Larga; e l’Università degli Studi di Milano ha un retro che si affaccia sul Policlinico in Via Francesco Sforza, una sede operosa, poco importa della bellezza del Giardino della Guastalla. Le case dei ricchi sono sempre state attraversate da così tanta lentezza.

Avevo nostalgia di casa solo quando partivo per le vacanze estive. Mi capitava di dormire in letti non miei, non consumati dalla mia frenetica attività masturbatoria. Inoltre, quando soggiornavo in case non mie, smettevo di bere acqua con la stessa costanza con cui lo facevo abitualmente. Un bicchiere alla mattina, un altro a cena. Niente di più. Se pranzavo al mare, non mi veniva nemmeno in mente di bere. Forse era semplicemente una poca confidenza con i bicchieri degli altri, che emanano un odore strano, a metà tra il cloro e lo sporco, difficile da amare ma non così tanto da farlo diventare un feticismo. Nelle case degli altri non riuscivo nemmeno a cacare con naturalezza. Immagino non sia solo un problema mio, ma di migliaia di altre persone, se non milioni, tutti cacatori abituali a casa loro e pudici di fronte a un cesso fuori porta. Questo meccanismo psicologico mi portava a irrigidire il culo. Così, cacavo e mi autogiudicavo. Mi chiedevo continuamente “Starò facendo bene?”. Lo stronzo poi puzza il doppio nelle case degli altri. E fa Ploff in modo ancora più amplificato.

Mi rendeva felice quel rumore di piatti che vengono raccolti da un membro della famiglia per essere spostati dal tavolo al lavandino, dopo aver consumato un pasto. Mi entusiasmava quando ero a casa mia e si è creata una situazione di silenzio ideale. Ma mi eccitava completamente quando costeggiavo un appartamento al piano terra.  Oggi pagherei per provare quella sensazione. Non sento piatti da anni. Mi rassicuravano: dietro un piatto che suona era come se si nascondesse una ricetta ben portata a termine. Era il suono degli applausi sinceri dopo uno spettacolo. Non gli applausi di rito, quelli spontanei.

Poi, quando l’estate presentava quel chiarore da spalancare le finestre degli appartamenti sulla strada, adoravo riconoscere le sigle dei programmi televisivi. Le famiglie a pranzo potevano guardare Il pranzo è servito, la cui sigla è un’inconfondibile fischietto, oppure i vari telegiornali, le sigle me le ricordo ancora bene come se le avessi scritte io, le ascoltavi una volta e ti si fissavano in testa per sempre. E chissà, mi chiedevo, se le persone che guardano questi programmi televisivi, questi telegiornali o questi telefilm, hanno la stessa percezione che ho io di fronte a questa musica coinvolgente. A loro interessava poi così tanto tutto questo?

Prendevo il tram con mia madre alla stessa ora, tutte le mattine. Si affacciava sempre un uomo sulla trentina, completamente nudo. Le prime volte furono uno shock, poi iniziammo a farci l’abitudine. Mia madre, una volta giunti in prossimità dell’appartamento, mi dava una gomitata in segno di intesa ed entrambi ci affacciavamo a mirare quest’uomo nudo, sia di inverno che d’estate, sia con la pioggia che con il sole. Era un nostro rituale goliardico, durato solo un annetto, mia madre si era poi inventata –gliel’ho chiesto qualche mese fa – che lo avevano messo in prigione per atti osceni, ma forse era il suo modo per difendersi: non poteva certo essere complice di una visione del genere, cosa avrebbero detto gli psicologi di un tipo come me? Imbarazzante.

Ma le case degli altri, viste da fuori, sembravano davvero più interessanti. La disposizione dei mobili era innanzitutto molto più creativa e lasciava spazio a possibili dibattiti sulla legittimità o meno delle scelte degli arredatori. L’arredatore inoltre mi sembrava una professione: o meglio, pensavo che ogni famiglia si rivolgesse a un arredatore per farsi arredare bene la casa nel modo più corretto possibile. Invece era lo stesso proprietario o affittuario a deciderne il gusto e la direzione. Mi capitava di vedere da lontano giganti librerie ospitare un corpus innumerevole di testi conservati perfettamente. Cataloghi di mostre, libri di fotografie, di cinema, di moda o design. Ogni cosa era perfettamente incastrata e quasi invidiavo questo gusto dei dettagli delle case degli altri. Non percepivo quel senso di vissuto, mi sembravano così e basta. Invece, il senso di vissuto era fondamentale perché ti permette di ottenere tutto un ragionamento che legittima in pieno la scelta dell’arredamento. Pensavo piuttosto che la gente dal nulla si inventasse di mettere il frigorifero lì, il divano lì, il termosifone lì e in qualche modo era il posto giusto, ci azzeccava sempre. Non avevo mai visto una casa non giusta.

Togliere tutto era l’imperativo cui i genitori non badavano durante le feste dei bambini. Dovevano giocare a quel gioco in cui ci sono 8 bambini e 7 sedie, e tutti correvano, e allo stop della musica dovevano cercare un posto in cui sedersi, tutti tranne uno, che perdeva ed usciva dal gioco. Noi bambini correvamo come dei disperati, e disperati erano i genitori, che osservavano questa bagarre con apprensione e ansia, la vena del collo o della fronte visibilmente in tensione, “adesso mi spaccano qualcosa, quanto è vero Iddio non insisto più con loro, ‘sto gioco qui non si può fare”. Se avessimo tirato un calcio ad un tavolino di vetro sarebbe stata la fine dei loro giorni. La loro disperazione era poi accentuata dall’inquinamento acustico causato dalla musica scatenata scelta per il gioco. Una rottura di coglioni!

Le ville mi hanno sempre trasmesso sicurezza. Così, nel mio meditare sui massimi sistemi, mi sentirei protetto se davanti a me si aprisse un giardino. Troverei ispirazione in una fontana gocciolante, nei cani che si rincorrono per la noia e per le allucinazioni della fame. Rispetterei tutti i rituali della giornata, dal caffè delle 8 al tè delle 10. Conterei le automobili che passano, gli anziani randagi con le buste della spesa, i ciclisti. Il pomeriggio in ritirata: a letto, il riposino dopo aver salutato i miei amici: Mastro don Gesualdo e Isabella Trao; Molly Bloom; Pin e Kim, tutti loro sdraiati sul materasso della mia vacanza, io ospite di loro più che del proprietario di casa. Mi accarezzano i capelli, mi coccolano, mi allattano. La sera si sprecherebbe consumando aperitivi, intristendomi ancora una volta sul tempo che passa. Magari mi sbronzerei anche, sprofondando sul divano e muovendo gli occhi come un forsennato.

Nell’estate più calda: spaghetto con le vongole fresche. Era la casa che più mi piaceva, quella popolare. Popolata da disgrazia, morte, furti e analfabetismo. La casa popolare presentava la dignità dei poliziotti dei film 70 e 80, stracolmi di sigarette in bocca. Ma al tempo stesso un lento declino si impossessava di questi luoghi immobili, dove nulla pareva mai accadere, se non la vita nascosta. Non avevo mai pensato a cosa potesse essere un rapporto sessuale dentro una casa popolare. I vecchi lo facevano solo per procreare. Gli adulti non lo facevano. I giovani si coprivano con le lenzuola. La carta da parati di questi appartamenti poteva giudicare e quindi questi giovani non avrebbero potuto concludere il loro rituale. Mollavo la bicicletta accanto a un palo e scavalcavo il cancello delle case popolari: qui si fa così, non c’è da scandalizzarsi, si sarebbe perso anche troppo tempo a citofonare. Mi addentravo nel cortile del complesso di palazzoni alti 9 piani. Ogni tanto mi abbaiava un chihuahua o un bulldog. Scalini messi a caso decoravano il mio lento andare verso questi luoghi, che mi riportavano senza volerlo all’infanzia. I nonni cucinavano il brodo col dado e io mi impregnavo di questo odore, che entrato a far parte del mio alito salato emanavo contro la finestra del salotto. Se guardavo la pioggia il tepore mi faceva lentamente cadere nel sonno. Se invece c’era il sole si perdeva nell’aria estiva, giungeva a Carlo che palleggiava con Antonio un gigantesco SuperTele giallo, che spesso finiva in altre finestre di altri nonni, i quali bestemmiavano in seguito allo spavento dato dal rumore della palla. Con Carlo facevamo anche un gioco erotico che ricordo come fosse ieri: ci scambiavamo le figurine. Provavo un’erezione nella mano che applicava la figurina dei Pokemon sull’album, così un giorno gliel’ho dovuto dire chiaro e tondo: “C’è qualcosa di me che non capisco. Forse dovremmo stare un po’ più lontani. Forse qua finisce che mi piaci”. Ma non ero io a parlare, era questa situazione strana delle case popolari, che ti dona attimi di poesia e innamoramento in momenti della giornata impensabili. Carlo non aveva capito che non ero stato io, ma l’ambiente a parlare per me. E io non dovevo giustificarmi di niente con Carlo, ognuno a mio parere la pensava e la pensa ancora come gli va.

Carlo il giorno dopo mi rispondeva dal cortile: “Lo so che non abiti qui. Tuo nonno abita qui, non tu”. Era vero, ma non volevo dargliela vinta. E per far vedere a Carlo che abitavo davvero lì, avevo convinto mia madre a farmi una valigia, a metterci dentro i miei vestiti e a vivere coi miei nonni per un po’. “Visto che abito qui?” gli dicevo a ormai fine estate, ma ormai non gli interessava neanche più di contraddirmi. Solo adesso realizzo del gioco che facevano certi adulti disoccupati quando noi eravamo piccoli. Uno faceva il palo davanti al box, fumando nervosamente, l’altro dentro il box a sniffare così rumorosamente che il palo non serviva quasi più. Poi si davano il cambio. Noi bambini ci nascondevamo, perché era un istinto naturale e anche un po’ perché nel non capire nulla della situazione, in qualche modo avevamo capito tutto. Dietro il cespuglio con me e Carlo c’erano il Barese, un ragazzo più grande di noi che ci costringeva a bestemmiare; Ciccio, che faceva la pipì a fontanella e Sabrina, una ragazza araba con le braccia pelose e l’alito pesante. Come gatti sotto le automobili, ci nascondevamo dall’essere umano adulto, facevamo “Miao” per darci un po’ di adrenalina e commentavamo senza mai entrare nel merito della cocaina, più che altro ci dicevamo “ora si danno il cambio, non facciamo rumore”. Poi, “Via libera” e tutti ci sgranchivamo, carichi di eccitazione. Diventato adulto e tornato sul luogo del fattaccio, mi sembrava più scarno il cespuglio e abbandonato a se stesso il box. La pavimentazione dei portici che sorreggono gli appartamenti mi sembra ristrutturata, c’è qualcosa che non va perché: decoro e abbandono convivono e si vogliono bene, non era più una gara a chi superava l’altro. Deluso, tornavo allora alla bicicletta per rimettermi alla ricerca disperata di case. Però una riflessione iniziava a insinuarsi nella mia testa: più guardavo nelle case degli altri, più non solo mi immaginavo dentro ma mi rendevo conto di esserci già stato. Avevo dentro di me, parafrasando Pessoa, tutte le case del mondo, e andando a vedere bene cosa ospitasse quella casa, c’era tutto ciò che già sapevo o tutt’al più immaginavo. Mi chiedevo allora quale fosse la mia, ideale. E non sapevo darmi una risposta. E allora vagavo, come vago anche oggi, alla ricerca di una risposta più per il quotidiano che per il fantasioso. A darmi una risposta alla normalità, e a dare per scontato tutto il resto.

Il dentro e l’attorno

Il segreto sta nel rimanere dentro la cosa.

Ascoltavo tempo fa un’intervista ai fratelli Gallagher. Alla domanda del giornalista relativa ad una dichiarazione sostenuta a metà anni 90, Noel ha risposto che non ricordava quella frase citata. A quel tempo era infatti troppo impegnato a vivere la situazione rispetto ad accorgersi che la stava vivendo. Era dentro la cosa. Magari la sua dichiarazione avrebbe cambiato il corso della sua vita. O magari avrebbe portato a scoperte scientifiche miracolose, che ne so. Ma nel momento specifico della sua affermazione, non c’era modo di accorgersene. E tantomeno di immaginare il fermento attorno a sé.

Mi capita la stessa cosa quando affronto i miei piccoli inutili progetti. Sono piccoli inutili progetti ai miei occhi, poi quando li racconto o li vedo realizzati mi rispondono che è la più grande innovazione degli ultimi anni. Coloro che pronunciano queste sentenze fanno parte dell’ attorno. Ascoltatori implacabili, osservatori della realtà. Scrittori delle mie memorie. Gli attorno mi fanno domande, mi chiedono cosa va o non va. Sono attorno perché vivono attorno. Sono critici, giornalisti, arraffoni. Sono parenti e clienti. Quando scrivo un racconto, glielo faccio leggere. Se ad un certo punto inserisco un drago mi dicono “Non ti sembra eccessivo?”, ma io che sono un dentro, in quel momento trovo giusto che ci sia un drago. Poco importa se l’azione si svolge in un tribunale o nella casa di mia nonna. Se è giusto che in quel momento ci sia un drago, lo scrivo. Oppure, per fare un altro esempio: tempo fa ho pubblicato un libro con una casa editrice. Agli occhi di tutti ero diventato un eroe, di questi tempi sembra un’utopia pubblicare per una casa editrice, ma la cosa non mi gasava particolarmente. Era giusto mandare la mia opera alla casa editrice, ed era giusto che la casa editrice accettasse. Sono un dentro, loro sono attorno. Ai miei occhi non succede nulla di eccezionale, ai loro è una catastrofe o la cosa più bella del mondo.

Non so se sapete cosa sia una duodenocefalopancreasectomia. Un medico può leggere questo termine senza stupirsi più di tanto. Un ferramenta, un netturbino, un cabarettista magari – a meno che non abbia preso una laurea in medicina e chirurgia – può trovare la parola affascinante o meravigliosamente incomprensibile. L’operazione consiste nell’asportazione della testa del pancreas, del coledoco intrapancreatico, del duodeno, della prima ansa digiunale e della colecisti. Potremmo considerarlo l’intervento più difficile del mondo, ma ognuno ha una sua personale interpretazione della parola “difficile”. Il medico che ha operato mio padre, una volta finito l’intervento, è andato a salutarlo, per sincerarsi delle sue condizioni. Io e mia madre avevamo visto una simulazione dell’operazione su YouTube la sera prima e non avevamo dormito dalla spaventosità di quelle immagini. Lo abbiamo ringraziato con il tono di chi davvero si sentiva in debito di un favore. Avremmo comprato una cassa di champagne per sdebitarci. La sua risposta, la risposta di uno che era dentro la cosa, e che quindi non aveva la stessa percezione di noi attorno, fu un puro e semplice: “Prego”. Per poi uscire dal reparto e andare via.

In sostanza, ognuno è dentro e attorno in base alle situazioni.

La cosa più strana, equivocabile, fraintendibile è vivere una relazione sentimentale con il diritto di un dentro. Poniamo il caso che io regali alla mia dolce metà una vacanza in un resort meraviglioso alle Maldive. Valore stimato 10.000 euro. Lo faccio perché lo voglio fare, mi sento bene a viziare la mia dolce metà. Non mi interessano valutazioni sul caso. Poniamo quindi questo esempio. Io ti regalo questo resort. E tu mi dici che sono un irresponsabile. Che abbiamo le bollette, che sei incinta e dobbiamo stringere i denti. Dopo un’incazzatura ti ammorbidisci e mi ringrazi, “però non dovevi, lo sai che è costoso”. E io mica l’avevo valutato in quel momento. Ad un occhio da attorno mi sentirei dare dell’incosciente, dello scialacquatore, dell’irresponsabile. Ma era la cosa cui meno ambivo in quel momento specifico. E dal momento che era la cosa cui meno ambivo, ecco che mi sentirei dare del distratto. E dal momento che mi sento dare del distratto, ecco che… dove ho messo il portafogli? L’ho perso. Facciamo una pausa, riprendiamo la lezione dopo 5 minuti. Coffee break.

Intervallo. Irene esce dall’aula per fumare una sigaretta. Con il suo nuovo taglio di capelli a caschetto, il rossetto blu e la giacca primaverile si trova a suo agio e Marzo è il mese giusto per una rinascita. Kevin la raggiunge. È un tamarro calabrese con l’orecchino d’oro e i capelli lunghi, uno di quelli tutto moto e musica finto rock come i Guns and Roses o Jon Bon Jovi. Almeno, questa è l’opinione che Irene ha di quel genere musicale. Ha vissuto un periodo dell’adolescenza alla Fiera di Sinigaglia in  Porta Genova e vedeva chiunque indossare la T-Shirt tarocca dei Guns. Più la persona era squallida, più la T-Shirt calzava a pennello. Non poteva farci niente, era una legge scientifica ormai. Comunque Kevin è simpatico: ha fatto il classico, quindi ha il fascino dell’ignorantello ruspante che stravolge quelle due o tre idee di filosofia e latino ma è bello sentirlo parlare, con quell’accento sbagliato, è quasi bello, è quasi quasi da baciare, conserva un fascino ignoto ai più, quasi irraggiungibile.

-Bella lezione, eh?, le chiede, mentre si accende una Camel Blu, la sigaretta degli studenti universitari.

-Ti capita mai di chiederti se stai vivendo realmente la tua vita? Vivere intensamente, ma non solo questo. È proprio una questione di sentire che stai vivendo, sentire la potenza del tuo organismo immesso in un sistema naturale. Senza alcuna noia. Senza niente di superfluo. Solo esserci, ma esserci davvero.

-Mi sembra che tu voglia aspirare a diventare assistente del professore, o mi sbaglio?

-Un sacco di persone, magari anche dentro a questa stanza, non vive. Esiste e basta.

-Stai vivendo in questo momento?

-Baciami.

Non se lo lascia dire una volta di più. Immediatamente le loro labbra si scontrano, si fanno male, se non fosse per la magia delle loro salive, ora unite nel tentativo di rendere dolce il profumo della nicotina.
Mai si sarebbe immaginata di reputare affascinante la cultura media di Kevin, magari non approfondita nel dettaglio ma compresa nella sua formulazione più semplificata. Forse non si sposeranno ma avranno una relazione sincera. Forse non sarà Kieslowski, ma Vittorio de Sica. Non Ludwig van Beethoven, ma Bono Vox. Un buon compromesso, insomma. Quasi neanche un compromesso.

Rieccoci. Di cosa parliamo quando parliamo di attorno? Tutto ciò che non è vero, in un certo senso. La tua vita può sembrarmi molto affascinante. Ti vedo, sei un maturando con la barba incolta. Un bel ragazzo, a dire il vero. Hai la moto, qualche soldo da parte risparmiato non si sa come, la ragazza più carina della scuola al tuo fianco. Un cane affettuoso. Eppure tu non provi le stesse cose che provo io. Tu sei sempre alla ricerca di qualcosa. La tua vita è un non finito,  queste cose le provi solo perché sei dentro, ti stai dannando perché ti mancano dei tasselli essenziali per completare un’esistenza degna di questo nome.

-Sembra stia parlando di te- sussurra Irene all’orecchio di Kevin, sorridendo.

Kevin aggrotta le sopracciglia, come se questo gesto aiutasse ad ascoltare meglio.

In qualche modo, la morte è l’unico modo per frenare questo processo. A meno che tu non li abbia sfogati prepotentemente, i tuoi turbamenti, con il sopraggiungere della morte si annullano definitivamente. Nessuno li citerà in sede di funerale. Perché li sai solo tu. E anche se li avessimo conosciuti, i tuoi turbamenti, non li tireremmo mai fuori. Ci piace ricordarti per quello che noi vediamo, non per quello che sei realmente. Ci piace ricordarti come ti ricorderebbe un attorno, ed è giusto così.

Il Cavaliere Oscuro di Cristopher Nolan è un capolavoro del cinema contemporaneo. Quando lo guardi, ti senti letteralmente incollato alla poltrona, alzi la gamba e senti tirare la pelle perché è come se te l’avessero incollata per guardare quel prodigio di tecnologia.  Se poco dopo il termine delle riprese non fosse morto Heath Ledger non avresti percepito il disagio che il film procurava agli addetti ai lavori, quella sensazione di grande pesantezza aleggiante. Per loro era pane quotidiano, per noi una rivelazione sconvolgente.

-Ripensavo a quello che mi hai detto prima…

-E sei sconvolto?

-è pericolosissimo!

-Ovvero?

-Non dare spazio alla noia, alla lentezza della vita. Stando a quello che mi hai esternato, è come se volessi vivere una vita in continuo movimento, come se ogni arto, ogni muscolo, ogni frequenza del tuo corpo fosse totalmente elettrico.

-Non riesco a capire di cosa ti meravigli. E che cosa eventualmente ci sia di negativo in tutto questo.

-Dove poni l’importanza del riposo? Del naturale andamento della natura, per esempio. La descrizione dello spazio che ti circonda. L’abbandono dei sensi.

-Tutto quello che chiedo a me stessa è un’estrema concentrazione. Posso contemplare la natura, ma devo essere mentalmente attiva, rendermi conto che ciò che accade è un prodigio. Devo essere consapevole. Devo dirmi: sì, lo sto pensando.

-Esistono un sacco di agenti esterni che contribuiscono al tuo benessere. Un’infinità. Non puoi escluderli.

-No, se scelgo che non è così.

-Sei cieca.

-Sto per darti una prova, la più difficile di tutte.

-Fammi vedere.

Un alone accompagna il movimento della mano di Irene. Ne tratteggia l’andamento e la traiettoria. Cascano gli strumenti di cancelleria. Casca ogni inibizione. Gli occhi sbarrati di lui. L’erotismo elettromagnetico di lei. Si baciano, l’ardore prende forma in ogni frazione di respiro. Fa caldo. Senza rinunciare all’eleganza, lei si avvinghia sul corpo di lui e in modo del tutto naturale cadono, fanno rumore per rotolare sugli scalini dell’aula universitaria. Si spaventano attorno.

In questo modo non c’è battaglia che venga realmente compresa. Non c’è sconfitta tantomeno vittoria. Non c’è fatica. Chi combatte in prima persona e chi guarda il film della battaglia. Da che parte decidiamo di stare? Difficile rispondere a questa domanda. Anche quando vogliamo abbandonare la poltrona per viverla, è molto complesso diventare dentro.

Nudi al centro dell’aula, Kevin e Irene nel più mistico amplesso. Il mistero del sesso: non si capisce in fondo chi sia davvero dentro all’altro. Forse nemmeno di penetrazione si deve parlare, ma di incastro. Quando si parla di incastro si soddisfano entrambe le parti. Quando si parla di incastro non esiste attorno.

Non esiste un ponte. Non esiste un tramite. Non esiste un profeta. La stessa parola di un Messia arriva in modo sbagliato alle orecchie di chi sta attorno. La parola viene scritta in modo sbagliato e viene trasmessa in modo sbagliato. Tutto ciò che è attorno è completamente non dentro. Mi piacerebbe leggere i vostri appunti: è sicuramente pieno di cose che non ho detto.

Campanella. Lezione finita. Non dimenticate di prepararvi per l’esame. Tutti si rimettono la giacca, in modo molto meno automatico del solito. Guardano i due ragazzi copulare. Vogliono guardare, ma si vergognano. Vogliono andarsene, ma poi guardano. Guardano anche il professore: completamente soddisfatto della lezione terminato. Anche un po’ stanco di tutto questo parlare. Prende il cellulare. Un vecchio Nokia su cui compone il numero.

-Come stai? Ho appena finito la lezione. È andata molto bene. Mi vieni a prendere in università? Mi bevo qualcosa mentre ti aspetto. Ho voglia di vederti. Va bene, grazie. Ciao.

Mette giù il telefono. Prende la borsa, mentre aspetta che l’aula si svuoti, lentamente. Schiva il corpo di lei, calpesta due dita di lui. “Pardon”, dice, compiendo un saltello. I due corpi si muovono ancora forsennatamente, manca poco all’orgasmo. Lascia l’aula. Bella lezione, sì. Il segreto sta nel rimanere dentro la cosa.